Referendum costituzionale: my two cents

Premessa:

Non sono un elettore di Renzi e non sono, in realtà, un elettore. Quindi non ho nessun interesse né particolare preoccupazione su chi sarà il/la Presidente del Consiglio, né ora né nei prossimi 10 anni – al massimo, sarei un po’ terrorizzato da un’eventuale vittoria di Salvini ma, per fortuna, è un’idea che terrorizza più lui che me. Queste che scrivo saranno solo considerazioni sparse e opinioni non richieste: ma in un Paese in cui Fazio e Benigni aumentano considerevolmente il loro potere politico, mi sembra legittimo tirare fuori, anche io, my two cents.

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La riforma feat. la legge elettorale

Leggere questa riforma renziana senza considerarne gli effetti che avrebbe insieme alla nuova normativa delle elezioni (il cosiddetto “combinato disposto”, che sembra un gergo da malavitosi) non avrebbe senso. La pretesa di questa riforma è quella di fare del Senato una camera tutta territoriale (con le rappresentanze delle Regioni e dei Comuni, che ovviamente (!) non sono politiche – ci torneremo) e della Camera una sede tutta politica: in realtà, la Camera diventerà una specie di consiglio comunale, nel quale una maggioranza schiacciante dovrebbe servire unicamente ad agevolare l’operato del governo e riempire il palinsesto di Rai Gr Parlamento. In questo modo, si dice, si faranno le leggi più in fretta. Lol.

Partiamo da un principio: quello della separazione tra potere esecutivo (AKA il governo) e il potere legislativo (il parlamento). Dagli albori dello stato liberal-democratico, la separazione era naturale, concettuale: il governo rappresentava il potere – un potere imposto, per niente frutto di un contratto tra cittadini, ma semplicemente della battaglia vinta dai sovrani sui feudatari – e il parlamento serviva a contenere, rintuzzare, contestare questo potere. Non a caso era la persona del sovrano a scegliere i ministri, mentre il parlamento si occupava di escogitare nuovi modi per rovinare tutto.

Del resto, il concetto stesso di “democrazia” non è proprio, come per brevità si dice, “governo del popolo”, ma sottolinea semmai questa contrapposizione, questa tensione tra il popolo-demos e il potere-kratos. Le modalità con cui questa tensione tra potere e rappresentanza si sia sciolta, e il governo sia improvvisamente diventato l’amico del popolo – perfino contro il parlamento stesso – sarebbero troppo lunghe e fuori dalle mie competenze.

Ma dovrebbero bastare queste brevi righe a sottolineare la distanza abissale che intercorre tra quel concetto di democrazia – belluino, rissoso e conflittuale, si dirà, ma cosa non lo è? Il Polemos, ragà! – e ciò che ci viene proposto: una sola camera di rappresentanza dotata di poteri di fare la legge, composta per una schiacciante maggioranza dai fans della presidente del consiglio, almeno in teoria. Dove starebbe la rappresentanza? Abbiamo davvero bisogno di 630 correttori di bozze per i decreti del governo? A questo punto eliminiamo anche quelli. Ma saranno davvero tutti fans? Lo vediamo adesso.

Sì, ma si litigherà di meno e il governo potrà lavorare

Inguaribili ottimisti sostengono che, in questo modo, ci saranno maggioranze stabili, meno liti e più efficacia/efficienza. Mah.

Quello proposto da Renzi sembra, almeno per quanto riguarda i rapporti governo-parlamento, una sorta di modello Westminster in versione hardcore: il tizio o la tizia che buca di più lo schermo prende tutto. Un’edizione istituzionale del principio cardine dei giochi tra infanti: “la maggioranza vince, a che gioco vuoi giocare tu?”.

Peccato che la democrazia non funzioni sempre così: questa modalità per cui “siccome un giorno a caso di 2 anni fa abbiamo preso più voti di te facciamo quello che ci pare finché avremo mezzo centimetro quadrato di chiappa attaccato a sta sedia”, al massimo, ha senso in Stati come il Regno Unito o le Barbados. Posti dove una grande omogeneità culturale consente di accettare una simile alternanza praticamente pura – dove solo in casi rari si formano coalizioni – senza strapparsi le vesti. In questo senso gioca anche tutta una tradizione pluralista dei rapporti tra governo e società molto diversa dallo stile corporativo italiano. In ogni caso, gli italiani sono ancora divisi sullo scarso utilizzo di Baggio ai Mondiali di calcio del ’98: è un Paese frastagliato, nato da un processo di unificazione coloniale, dove i cleavages, le spaccature sono tante, si intersecano e si moltiplicano fra loro. Se anche un solo partito conquistasse la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, è molto difficile immaginarlo unito a sostegno del governo per 5 anni.

Ma non solo: la stessa legge elettorale, e le norme di formazione del nuovo Senato, implicano nuove e diverse spaccature e conflittualità potenziali.

La prima è quella che si verificherà, molto probabilmente, tra quei deputati che saranno eletti dal popolo, attraverso preferenze personali, e quelli che entreranno in Parlamento come nominati dal segretario di partito. I primi si considereranno, ovviamente, unici destinatari di un vero mandato popolare, e gli altri, al contrario, si penseranno come illuminati e onesti, distaccati dall’agone elettorale e più adatti ad amministrare. I primi saranno chiamati “padroni delle tessere”, i secondi “cortigiani del segretario”. E non sarà difficile che una maggioranza del 55% si riduca al 51% e abbia necessità di una riserva d’ossigeno fornita da un altro partito o movimento estemporaneo.

La seconda deriva dal meccanismo con il quale verranno elette/nominate le senatrici e i senatori: al di là del meccanismo in sé, il punto è che ciò non farà che aggiungere complessità alla scelta degli amministratori locali da parte degli elettori. Una sindaca o un consigliere regionale saranno scelte anche in base alle loro chance di entrare a far parte del Senato: anche se spogliato di moltissimi dei propri poteri, avere una persona del territorio a Roma fa sempre comodo. Questo favorirà, naturalmente, i partiti meglio piazzati da questo punto di vista, ma in generale, non farà che aumentare la conflittualità della politica locale. Espandendo il ragionamento, si potrebbe dire che questa scelta non risolve l’ambiguità di fondo tra l’agenzia territoriale e quella politica: la prima non ha le capacità per esercitare un ruolo politico, la seconda non può essere chiamata a rappresentare il territorio. Sindaci ed esponenti degli enti locali in genere raramente sono indipendenti dai partiti e inevitabilmente entreranno nella logica del sostegno o dell’opposizione al governo. E pur con prerogative così ristrette, sarà possibile trovare il modo di far valere il proprio potere.

Abolizione del CNEL (!) e revoca di poteri alle Regioni

La discussione sul referendum è per lo più incentrata sull’ingombrante faccione di Renzi e sulla modifica del Senato. Pochissimo si parla di altri due aspetti: l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e il ritorno di diverse competenze nell’esclusiva potestà dello Stato centrale.

Per quanto riguarda il CNEL, non è difficile capire perché nessuno se ne curi. Vista la situazione in cui si trovano l’economia e il lavoro, evidentemente questo Consiglio è inutile, o è complice. Nessuno si strapperà i capelli per esso. Ma perché non abolire anche la presidenza del consiglio, se poi tanto decidono tutto banchieri e petrolieri? Ops!

Sulla questione delle Regioni, credo che al fondo ci sia l’idea che lo Stato sia meglio in grado di gestire temi come l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni. Il governo, secondo alcuni, sarebbe più efficiente, razionale e libero da condizionamenti criminali e dai comitati locali – come se poi fossero la stessa cosa.

Qualche settimana fa, su Radio1, si parlava del terremoto in Friuli, del quale quel giorno ricorreva l’anniversario. Il giornalista e un ex sindaco ragionavano sul modo in cui la ricostruzione era riuscita così bene, almeno rispetto ad altre zone terremotate: “perché furono i sindaci e gli amministratori locali ad occuparsene”. Amministratori onesti, si dirà, come non ce ne sono da altre parti: può essere, ma se quello stesso malaffare trova così facilmente collegamenti dal locale al governo centrale, forse il problema è un altro. Qualche nome: Guidi, Cosentino, tanto per capire.

Latinoamericana

Tutta la manovra renziana appare immersa in un contesto di caudillismo – AKA “uomo forte” – alla quale l’Italia è da sempre abituata. Perché questa riforma non appare pensata per il futuro del Paese, ma bensì ideata con un proposito di fondo abbastanza chiaro: date un sacco di potere A ME. Se ognuno di quelli che vota sì – giuriste escluse – guarda un po’ in fondo al suo cuore, si renderà perfettamente conto che l’unico motivo per cui ritiene valido consegnare il paese al personaggio più telegenico, è l’assoluta fiducia nel fatto che nel 2018 sarà Renzi a vincere le elezioni. Eventualità non improbabile ma nemmeno certa. Si diceva, tra le tante cose, che con una maggioranza stabile di tal fatta, sarebbe stato molto più semplice approvare la legge sulle unioni civili, con tanto di stepchild adoption: già, ma sarebbe stato altrettanto facile, per una nuova maggioranza, cancellarla, darle fuoco e danzare sulle sue ceneri. Ricordando sempre che il modello Westminster funziona tendenzialmente nei paesi omogenei.

Quello che sta accadendo, fondamentalmente, è una sorta di svolta bolivariana di Renzi. È un’osservazione classica quella secondo la quale il concetto di democrazia latinoamericano tende a essere slegato da quello di liberalismo, cosa che invece da noi non è: per cui si tende a pensare a una democrazia plebiscitaria e popolare più che all’equilibrio dei poteri e alla rappresentanza. Più un governo PER il popolo che un governo DEL popolo. Il che è fichissimo finché el gobierno non decide che el pueblo ha bisogno di una enorme diga che sommergerà proprio il tuo villaggio. Ma vabbè.

Questa riforma è, in realtà, quella che tutti avrebbero voluto fare. D’Alema e Berlusconi volevano il presidenzialismo perché volevano diventare presidenti. I comunisti non volevano l’istituzione delle Regioni perché lo consideravano un possibile ostacolo alla conquista del potere centrale, e probabilmente è questo il motivo per cui sostenevano il monocameralismo. Quindi, non sorprende certo che Renzi – o meglio, i gruppi di interesse che foraggiano la sua ostinata ambizione – richieda il più ampio ventaglio di poter per poter “riformare il Paese”, qualunque cosa questo significhi. Sorprende semmai che persone sinceramente democratiche restino ammaliate dalle sue pretese. Ma quello che più stupisce, è che questa riforma tanto odiata realizza ciò che gli italiani e le italiane sembrano chiedere da decenni: che la maggioranza vinca e non se ne parli più. Finché la diga non ti sommerge.

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